R.K.
Qualche giornale e telegiornale lo ha definito un mezzo antropologo, altri un semplice reporter di guerra. Che ha saputo placare la megalomania che facilmente si impossessa di un uomo quando scrive la Storia.Ieri sera a Varsavia è morto Ryszard Kapuscinski. Molti non conoscono neppure il suo nome, e sarebbe stato anche per me se qualche anno fa non mi fosse capitato davanti un suo libro mentre facevo la coda alla libreria dell'università. Ricordo tutta la scena, perfettamente: addocchiai la copertina sgargiante, lessi poche righe e lo presi senza tentennamenti. Con furtività lo posi sulla pila dei libri da pagare. La copertina fucsia e il titolo - "La prima guerra del football" - non lasciavano trasparire il contenuto, ma una volta letta la quarta di copertina mi sono lasciato catturare. E così ho continuato a fare per tutti gli altri suoi libri. Quel primo reportage parlava delle "guerre dei poveri": a partire dai conflitti civili degli anni Cinquanta in Africa fino a quella del 1969 tra Honduras e San Salvador, scaturita appunto durante una partita di pallone che esacerbò tensioni antiche.
Kapuscinski era uno di quei reporter di guerra - ma non solo - che sapeva leggere la realtà senza filtri. Non con la semplice oggettività che dovrebbe caratterizzare ogni giornalista, ma calandosi nei fatti che descriveva, vivendoli dall'interno.
Della sua vita, particolarmente dura e "da fuggitivo", si parlerà molto su giornali e sulle tv. A me piace riportare uno stralcio che ho letto su corriere.it:
Bagdad 2003, tavolo all'Hotel Palestine, poco dopo l'abbattimento della statua di Saddam Hussein. Gli inviati di tutti i giornali e di tutte le televisioni del mondo raccontano quel che possono della loro giornata di lavoro. Molti esagerano. La maggioranza gonfia il petto. Essere così vicini alla Storia dà la vertigine anche ai più pacati. Poi qualcuno se ne esce con una domanda fuori tema: «Cosa avrebbe fatto Ryszard Kapuscinski in un'occasione del genere?». Il gruppo tace. I tromboni abbassano la testa. E una ragazza polacca che per l'intera serata era stata zitta in apparente adorazione dei colleghi più scafati risponde: «Non sarebbe qui in albergo con noi. Lui sarebbe dall'altra parte, in qualche casa di iracheni, in qualche locanda malfamata».
Il modo di raccontare i fatti era veloce e senza fronzoli, libero dalla retorica che troppo spesso la cronaca si porta addosso. Lui scriveva quello che vedeva, senza rimanere nella sua comera d'albergo al riparo dai colpi di fucile che venivano sparati di fuori.

10 Comments:
bello.mi hai incuriosita:)
Grande Paolo!
Prima di tutto, grazie infinitamente per la sezione del tuo photoalbum interamente dedicata alle indomite Officine Marcovaldo!E' un onore nonchè un piacere per noi marcovaldi!
Seconda cosa, e in questo caso tolgo le vesti di marcovaldo e indosso quelle di zanna,concordo sul fatto che Kapuscinski sia stato un instancabile reporter degli "ultimi" nonchè un grande scrittore.
A presto!
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