Sir 27,30-28,7
Ecco, sono quelle cose che proprio non ti aspetti. Capitano così, un attimo e via. Magari ci hai pensato per mesi, o forse per anni. Poi smetti di arrovellarti e d’un tratto ricompare tutto davanti ai tuoi occhi increduli.
Il posto è così in contrapposizione col soggetto in questione da far sembrare la scena quasi una sorta di fiction preparata in uno studio cinematografico. Di solito sono queste le scene finali, i momenti rivelatori, quando i cattivi si convertono al Bene.
Domenica mattina, la messa.
Sono le 11, lo sguardo è assonnato e qualcuno dei cinque sensi è rimasto nel letto. Arrivo in chiesa e vengo sommerso dalle consuete mansioni pre-celebrazione: scegliicanti-daileletture-leggiilpassodell’anticotestamento-faisederedavantiquellichecantano. Fatti i primi due impegni, mi appresto a leggere un passo del Siràcide che condanna coloro che non perdonano i debitori e che, in sostanza, non hanno pietà e compassione per il prossimo… Questi passi così profetici mi fanno venire in mente non so perché i gironi infernali, colmi di uomini malvagi che patiscono orribili pene e coprono tutto con le loro urla strazianti. Mi prometto come sempre di cercare di dare la maggiore enfasi nella lettura del brano. E’ un compito importante, dopotutto.
Mentre me ne sto per tornare a posto ho un lampo, un’immagine di uomo mi passa davanti agli occhi e subito dopo scompare dietro alle teste delle altre persone che si accingono a sedersi tra l’assemblea. La barba e il volto segnato da chissà quali storie non tradiscono una delle facce che più mi hanno impressionato nell’adolescenza. L.P. L’aguzzino, l’esattore delle tasse, il pubblicano. Non so quanti nomi abbia ricevuto da giovane quel ragazzo.
Per lui specialmente ho sempre avuto un certo terrore, ma col passare degli anni i sentimenti sono cambiati e la sottomissione incondizionata ha lasciato il posto al tentativo di capire il perché un ragazzo potesse diventare così cattivo e vendicativo, come potesse guardare in faccia gli altri con gli occhi così pieni di rancore.
Sia chiaro, non sono scuse, ma non deve essere stato affatto facile cresce quelle case popolari, con una famiglia così apparentemente legata alla malavita. Hai il destino segnato. E infatti non si è mai sottratto ai suoi “doveri” di ragazzo malfamato. Dalla tenera età di dieci anni o poco più inizia ad estorcere ai poveri coetanei la classica “milletta”, qualche anno più tardi, un giro in motorino, per poi passare agli stupefacenti e alle banconote quelle grosse. Ma hai il destino segnato. E col passare degli anni arrivano anche i coltelli. E finisci in galera.
A quel punto non avevo più paura di lui. Lo affrontavo, per quanto mi fosse possibile, pur consapevole che quel ragazzo non era cattivo dentro. Non poteva esserlo. Negli anni seguenti mi ritrovo a studiare i condizionamenti della psicologia dei gruppi, e spesso ripenso a lui e al mondo malato che lo circondava. Come poteva uscire da quell'afa opprimente nella quale era immerso ogni secondo della sua vita? Non c’era obiettivamente modo.
Sono passati gli anni e leggende metropolitane sui suoi confronti sono state così fantasiose che neanche Bin Laden. A quanto se ne sapeva era morto, aveva l'AIDS, era emigrato al Sud, e tanto altro.
Invece ricompare nella chiesa che da ragazzo disdegnava. Seduto dietro a tutti, nell'ultima fila. Non avrà neanche trent’anni, ma quello che ha vissuto lo si intravede dallo sguardo e dalla pelle dura, segnata da quei tatuaggi fai-da-te che sono soliti farsi i carcerati.
Viene il momento della Comunione, e incuriosito rivolgo lo sguardo verso di lui. Si alza e si avvicina mesto alla coda in attesa dell’ostia. Lui, abituato a passare davanti a tutti con prepotenza, in fila con la testa china e lo sguardo basso. Quello di prendere tra le mani l'ostia è un gesto che mai avrei associato a lui, così prepotente da non dover aspettare il dono di qualcuno dalle sue mani. Ogni cosa che voleva se la prendeva senza chiedere il permesso. Ora non più.
Alla fine della celebrazione mi giro verso il suo posto, ma non lo scorgo. Penso che se ne sia andato. Invece mi passa di fianco e si dirige verso la croce. La accarezza e si porta la mano alla bocca, per darle un bacio. Poi se ne va, con la testa china e con chissà quali pensieri in testa. Mentre la comunità è fuori a parlare o si accomiata in attesa di andare a pranzo, con lui non c'è nessuno. Scende lungo il vialetto e se ne va senza salutare nessuno.
Avrei voluto salutarlo, davvero. Ma ero impietrito e riuscivo solo ad osservare. Certe volte mi chiedo come sia possibile che tutto accada al momento giusto. Mentre leggevo il Siràcide pensavo a lui. Leggevo per lui. Gli chiedevo di perdonare, di non odiare più il mondo per quello che gli aveva fatto, ma anche di chiedere il perdono dell’unica persona che avesse il potere di farlo.

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