Il mito della grande "T" (2° parte)
La mattina mi sveglio all'alba, intorno alle 7, e prendo la macchina per andare direttamente a piangere all'Ufficio Passaporti della Questura di Savona. Per strada ovviamente piove. Ma non cade quella sottile pioggerellina di inizio autunno. In autostrada diluvia. Infatti c'è un maxitamponamento, con 28 macchine coinvolte. Mentre sono bloccato in coda mi rendo anche conto di aver dimenticato l'ombrello a casa. Remi alla mano riesco ad arrivare fino alla Questura, che ovviamente è nella strada con più buche di tutta la Liguria. Un simpatico ometto col suo SUV dal quale non gli si vede neanche la testa tanto è piccolo, dicevo questo ometto col SUV mi passa a un metro e mi mette a mollo i jeans. Chissà, forse aveva visto quella macchiolina che mi ero fatto la sera prima. Troppo gentile e premuroso.
Appena arrivo allo sportello mi viene dato il numero del conto corrente sul quale fare il versamento per il rilascio del libretto. Mi rimetto in macchina e cerco un ufficio postale. Lo trovo, ma vista la distanza a cui ho parcheggiato facevo prima a non muoverla neppure, la macchina. Faccio il versamento e torno in Questura, passando dal via ma senza prendere le 20 mila lire perchè sono vicino alla prigione.
Questa volta allo sportello mi si presenta davanti un armadio con tanto di ante - due tettone tanto materne - e pomelli - i bottoni della giacca blu da poliziotta. Questo donnone mi chiede cosa voglio. Mi trattengo da chiederle una chiave del dodici e un bancale di mattoni refrattari, ma riconosco in quella dolce vocina la mefistofelica presenza che mi aveva risposto al telefono il giorno prima. Ancora una volta mi trattengo, ma questa volta dal dirle quello che penso di lei, della sua arrogante autorità e della sua ciccia che deborda dalla divisa come un budino quando lo schiacci nella vaschetta.
Poi inizia l'esame: nel giro di 20 secondi mi chiede tutte le scartoffie necessarie per il rilascio. Ed io, meglio che a Lascia o Raddoppia, gliele metto sul tavolo al volo. Richiesta in marca da bollo. TAC! Fotocopia del documento. TAC! Fotografia frontale, con sfondo bianco e tutti quei cazzi là. TAC! La spiazzo, la umilio. E mi dice che va tutto bene, che è tutto ok, che tra un mese abbondante avrò il mio passaporto. No, aspetta. Un mese? Nooooo.... Ok, carico la modalità "cane bastonato-Bambi a cui è appena morta la mamma" e con gli occhi lucidi (probabllmente per la pioggia che dalla testa fradicia aveva appena cominciato a colarmi sulla fronte) le faccio vedere la copia della prenotazione del volo per San Paolo. La donna di ferro non molla: "Accettiamo richieste di urgenza solo per motivi di lavoro o di famiglia". E archivia la mia richiesta in un armadio. Provo a dirle che sto andando in Brasile per trovarmi un lavoro - e magari chiedere asilo ad una sambatrice professionista - ma la cosa non attacca. Le propongo di allegare il biglietto aereo alla mia richiesta: non si sa mai, magari in preda ad un attacco di clemenza la mia domanda riesce "a passare sopra" di qualche posizione. Da buon attore, quando la voce mi si sta quasi per spezzare mi dice che il biglietto non si può allegare, ma tira di nuovo fuori la richiesta dall'armadio. La guarda, mi guarda. Io a questo punto ho gli stessi occhi giganti e lucidi dei personaggi dei cartoni animati giapponesi. Spiaccico un "per favore".
La matrona prende la mia domanda, la appoggia davanti a me, e in un angolo ci scrive una "T" maiuscola. In rosso, con un pennarellone che mi ricorda tanto le mie versioni di latino del liceo. Dopodiché mi dice: "Ok, è tutto. Provi a chiamare per sapere quando sarà pronto". Sono qui a chiedermi cosa vorrà dire quella lettera...
p.s. = la prima che mi viene in mente è "Te lo sogni che ti diamo il passaporto prima del 14 novembre".
Appena arrivo allo sportello mi viene dato il numero del conto corrente sul quale fare il versamento per il rilascio del libretto. Mi rimetto in macchina e cerco un ufficio postale. Lo trovo, ma vista la distanza a cui ho parcheggiato facevo prima a non muoverla neppure, la macchina. Faccio il versamento e torno in Questura, passando dal via ma senza prendere le 20 mila lire perchè sono vicino alla prigione.
Questa volta allo sportello mi si presenta davanti un armadio con tanto di ante - due tettone tanto materne - e pomelli - i bottoni della giacca blu da poliziotta. Questo donnone mi chiede cosa voglio. Mi trattengo da chiederle una chiave del dodici e un bancale di mattoni refrattari, ma riconosco in quella dolce vocina la mefistofelica presenza che mi aveva risposto al telefono il giorno prima. Ancora una volta mi trattengo, ma questa volta dal dirle quello che penso di lei, della sua arrogante autorità e della sua ciccia che deborda dalla divisa come un budino quando lo schiacci nella vaschetta.
Poi inizia l'esame: nel giro di 20 secondi mi chiede tutte le scartoffie necessarie per il rilascio. Ed io, meglio che a Lascia o Raddoppia, gliele metto sul tavolo al volo. Richiesta in marca da bollo. TAC! Fotocopia del documento. TAC! Fotografia frontale, con sfondo bianco e tutti quei cazzi là. TAC! La spiazzo, la umilio. E mi dice che va tutto bene, che è tutto ok, che tra un mese abbondante avrò il mio passaporto. No, aspetta. Un mese? Nooooo.... Ok, carico la modalità "cane bastonato-Bambi a cui è appena morta la mamma" e con gli occhi lucidi (probabllmente per la pioggia che dalla testa fradicia aveva appena cominciato a colarmi sulla fronte) le faccio vedere la copia della prenotazione del volo per San Paolo. La donna di ferro non molla: "Accettiamo richieste di urgenza solo per motivi di lavoro o di famiglia". E archivia la mia richiesta in un armadio. Provo a dirle che sto andando in Brasile per trovarmi un lavoro - e magari chiedere asilo ad una sambatrice professionista - ma la cosa non attacca. Le propongo di allegare il biglietto aereo alla mia richiesta: non si sa mai, magari in preda ad un attacco di clemenza la mia domanda riesce "a passare sopra" di qualche posizione. Da buon attore, quando la voce mi si sta quasi per spezzare mi dice che il biglietto non si può allegare, ma tira di nuovo fuori la richiesta dall'armadio. La guarda, mi guarda. Io a questo punto ho gli stessi occhi giganti e lucidi dei personaggi dei cartoni animati giapponesi. Spiaccico un "per favore".
La matrona prende la mia domanda, la appoggia davanti a me, e in un angolo ci scrive una "T" maiuscola. In rosso, con un pennarellone che mi ricorda tanto le mie versioni di latino del liceo. Dopodiché mi dice: "Ok, è tutto. Provi a chiamare per sapere quando sarà pronto". Sono qui a chiedermi cosa vorrà dire quella lettera...
p.s. = la prima che mi viene in mente è "Te lo sogni che ti diamo il passaporto prima del 14 novembre".

3 Comments:
T = TettoneMaterne :-)
davide
Io dico T come "torcida"!! Vai Paolino...è quasi fatta!
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