Chiudi gli occhi, tappati il naso e...
Avevo deciso di entrare qualche minuto prima delle dieci proprio per scrivere un bel post, ma anche questa volta non c'è stato niente da fare. Appena varcata lasoglia della redazione, sono stato sommerso di lavoretti più o meno impegnativi che mi hanno portato via quei pochi minuti guadagnati dalla pausa caffè mordi e fuggi e dall'autobus acchiappato al volo di fronte alla stazione.
Ieri il responsabile della redazione di Alessandria mi ha detto che, se tutto va come dovrebbe - e questo sarebbe una novità - già dalla prossima settimana dovrei iniziare a lavorare a casa. Non c'è che dire, questo tre settimane mi hanno tolto il fiato, non mi hanno lasciato nessuno spazio per ogni attività collaterale. Ma se dovessi tirare le somme sarebbero sicuramente tutte estremamente positive, a partire dalla mia formazione professionale che ha subito un'impennata nelle zone alte come non poteva neanche immaginarselo. Ma anche e sopratutto è il mio modo di relazionarmi con gli altri che sta cambiando, la cosa più affascinante è che lo vedo maturare giorno per giorno, mentre non mi mancano neanche le occsasioni per testarlo direttamente nella vita di tutti i giorni. Per indole non ho mai avuto la faccia di "rompere le scatole", chessò, ad un passante o ad un negoziante per farlgi un'intervista. Le conferenze stampa, in questo senso, mi hanno aiutato ben poco, visto che sono da sempre studiate su misura per la stampa. Sono finti eventi, appunto.
Ma quando la scorsa settimana sono stato bene o male sbattuto in strada a intervistare passanti, giovani e anziani, ma anche librai, pasticceri e commercianti in genere, ecco che ho iniziato a sentire un certo fastidio. Con tutta la voglia che però mi porto da casa tutti i giorni e non mi accompagna mai, ho accantonato i miei timori e le reticenze che mi hanno sempre contraddistinto e ho fatto lo sporco lavoro. Come quando da bambino i genitore ti dicono di deglutire uno sciroppo troppo amaro e tu non ce la fai, allora ti dicono: "Chiudi gli occhi, tappa il naso, e...". Lì devi solo mandare giù una sorsata sbobba, ma quando si tratta di passare ore ed ore al freddo a farmare la gente per strada, manco dovessi vendergli qualcosa, le cose si fanno più incasinate. O forse lo sono per me. Magari un bimbo, dopo aver patito le pene dell'inferno per prendere quel benedetto sciroppo, non avrebbe nessun problema a fare quello per cui io patisco così tanto.
Ma le cose, ben distanti dalla quello che si studia sui libri, vanno fatte, in fretta e bene. E allora scopri che dopo un poco riesci anche stapparti il naso, senza sentire odori troppo nauseanti. E magari apri pure gli occhi, così ti godi le luminarie di Natale in via Garibaldi, mentre i vecchi parlano davanti ad un buon bicchiere di bianco e due innamorati contemplano i regali in una vetrina.
Copo questa esperienza davvero positiva, ecco che sabato me ne sono andato addirittura in giro per Alessandria, macchina foto al collo, a scattare e scattare in giro per le vie del centro, imbiancate dalla straordinaria nevicata del giorno prima. Anche con le foto ho sempre avuto lo stesso problema nell'inserire delle presenze umane nei miei scatti. 'Allora - mi sono detto vediamo se la straordinaria socializzazione forzata di ieri è stata solo una costrizione lavorativa'. E invece no. Nelle vie della città le persone si son messe d'un tratto ad animare paesaggi che prima sembravano ancora più freddi e solitari. Mi piace questo modo di fotografare. Lo sento vivo. Racconta qualcosa. Testimonia, per dirla con parole di stampo giornalistico.
In piazza della Libertà, davanti ad un cumulo di un metro abbondante di neve, con la statua imbiancata di Rattazzi in secondo piano e gli edifici storici del centro sullo sfondo, ho aspettato che due studenti attraversassero la scena, per prenderli e immortalarli proprio la dove avrei voluto. Un signore che stava spalando la neve nel parcheggio, a pochi metri di distanza, mi si avvicina e mi chiede: "Scusi, su quale giornale finisce la foto?".
Ieri il responsabile della redazione di Alessandria mi ha detto che, se tutto va come dovrebbe - e questo sarebbe una novità - già dalla prossima settimana dovrei iniziare a lavorare a casa. Non c'è che dire, questo tre settimane mi hanno tolto il fiato, non mi hanno lasciato nessuno spazio per ogni attività collaterale. Ma se dovessi tirare le somme sarebbero sicuramente tutte estremamente positive, a partire dalla mia formazione professionale che ha subito un'impennata nelle zone alte come non poteva neanche immaginarselo. Ma anche e sopratutto è il mio modo di relazionarmi con gli altri che sta cambiando, la cosa più affascinante è che lo vedo maturare giorno per giorno, mentre non mi mancano neanche le occsasioni per testarlo direttamente nella vita di tutti i giorni. Per indole non ho mai avuto la faccia di "rompere le scatole", chessò, ad un passante o ad un negoziante per farlgi un'intervista. Le conferenze stampa, in questo senso, mi hanno aiutato ben poco, visto che sono da sempre studiate su misura per la stampa. Sono finti eventi, appunto.
Ma quando la scorsa settimana sono stato bene o male sbattuto in strada a intervistare passanti, giovani e anziani, ma anche librai, pasticceri e commercianti in genere, ecco che ho iniziato a sentire un certo fastidio. Con tutta la voglia che però mi porto da casa tutti i giorni e non mi accompagna mai, ho accantonato i miei timori e le reticenze che mi hanno sempre contraddistinto e ho fatto lo sporco lavoro. Come quando da bambino i genitore ti dicono di deglutire uno sciroppo troppo amaro e tu non ce la fai, allora ti dicono: "Chiudi gli occhi, tappa il naso, e...". Lì devi solo mandare giù una sorsata sbobba, ma quando si tratta di passare ore ed ore al freddo a farmare la gente per strada, manco dovessi vendergli qualcosa, le cose si fanno più incasinate. O forse lo sono per me. Magari un bimbo, dopo aver patito le pene dell'inferno per prendere quel benedetto sciroppo, non avrebbe nessun problema a fare quello per cui io patisco così tanto.
Ma le cose, ben distanti dalla quello che si studia sui libri, vanno fatte, in fretta e bene. E allora scopri che dopo un poco riesci anche stapparti il naso, senza sentire odori troppo nauseanti. E magari apri pure gli occhi, così ti godi le luminarie di Natale in via Garibaldi, mentre i vecchi parlano davanti ad un buon bicchiere di bianco e due innamorati contemplano i regali in una vetrina.
Copo questa esperienza davvero positiva, ecco che sabato me ne sono andato addirittura in giro per Alessandria, macchina foto al collo, a scattare e scattare in giro per le vie del centro, imbiancate dalla straordinaria nevicata del giorno prima. Anche con le foto ho sempre avuto lo stesso problema nell'inserire delle presenze umane nei miei scatti. 'Allora - mi sono detto vediamo se la straordinaria socializzazione forzata di ieri è stata solo una costrizione lavorativa'. E invece no. Nelle vie della città le persone si son messe d'un tratto ad animare paesaggi che prima sembravano ancora più freddi e solitari. Mi piace questo modo di fotografare. Lo sento vivo. Racconta qualcosa. Testimonia, per dirla con parole di stampo giornalistico.
In piazza della Libertà, davanti ad un cumulo di un metro abbondante di neve, con la statua imbiancata di Rattazzi in secondo piano e gli edifici storici del centro sullo sfondo, ho aspettato che due studenti attraversassero la scena, per prenderli e immortalarli proprio la dove avrei voluto. Un signore che stava spalando la neve nel parcheggio, a pochi metri di distanza, mi si avvicina e mi chiede: "Scusi, su quale giornale finisce la foto?".

0 Comments:
Post a Comment
<< Home