Di notte leoni, al mattino...
Alla fine non ce l’ho fatta. Forse per pigrizia, ma credo più per una reale spossatezza dovuta chissà quale strana influenza mi sto portando appresso da un paio di giorni, cioè dalla cena a casa di Lina. Questa mattina ho saltato la scuola, la mia prima assenza dall’inizio del corso. Ma andiamo con ordine e sarà facile comprendere perché l’ho fatto.
L’altra sera, dopo esserci dati una sciacquata in ostello, siamo usciti per mangiare. Ormai non ci pensavamo neanche più, ma i nostri stomaci erano abituati all’orario irlandese, quindi girovagare un’ora per trovare un ristorante libero alle otto e mezza è stata un’impresa dura. L’unico ristorante, ma sarebbe più opportuno definirlo un’osteria, che ha accettato un tavolo da otto persone proponeva cucina tipica irlandese. Niente male affatto, visto che sono riuscito a mangiare un abbondante antipasto di salmone affumicato con contorno, un piatto di alette di pollo con insalata e patate al forno, due bicchieri di vino e un caffè con una ventina di euri scarsa. Dopo cena le facce erano tutte lunghe quindi piuttosto che stancarsi in un club ballando fino alle 3 o più, abbiamo deciso di chiuderci in un pub per ingurgitare qualche Guinness. Il richiamo della vira notturna però non ci ha lasciato indifferenti, visto che non ci siamo addormentati prima dell’una e mezza.
Ta-ta-ra-ta, alle otto spaccate la sveglia di Maria spara una samba in tutta la stanza. Certo, nessuna musica poteva essere più indicata. La situazione mi ricorda molto le vacanza dal prete a Champoluc, la camerata che si sveglia cullata dalla musica, la stanza pervasa dall’odore del sonno, e ognuno che vedendo sa faccia stravolta del suo vicino di letto gli accenna un saluto e si dirige mesto verso il bagno, ovviamente in comune. Durante la colazione nella hall dell’ostello, Paolo ci intrattiene con una descrizione dettagliata delle sua notte insonne, e suscita ilarità in tutto il gruppo. La giornata è iniziata bene. In effetti tutto sembra perfetto, se non fosse per questo raffreddore influenza non so cosa, che mi sta iniziando a tappare il naso. Qualche brivido mi ricorda anche che l’amica febbre è sempre in agguato. Ma non mollo, sono qui per visitare questi paesaggi incantevoli e certo non potrei starmene nel letto!
Durante la colazione si decide di optare, tra le varie proposte disponibili, per una gita ai Cliffs of Moher, con annesso giro nei dintorno. Appena mettiamo il naso fuori dalla porta dell’ostello un signore sulla settantina ci si avvicina con fare losco. Muove continuamente la lingua rinsecchita dal tropo parlare e la tira fuori per tentare di bagnarsi le labbra, senza mai riuscirci. Con la schiena curva si avvicina a Maria e le dice che se prendessimo il suo tour guidato, ci potrebbe fare un prezzo di favore. Noi ovviamente si accetta.
Saliti sul pullmann scopriamo qual è in lato negativo della faccenda. La guida è un incontrollabile vecchietto logorroico, che ripete le frasi alla nausea, intercalando le sue interessante spiegazioni con qualche pessima battuta da humor irlandese e con qualche canzone tipica, ovviamente interpretata da lui stesso. Ciliegina sulla torta, l’altoparlante posto sopra ogni sedile non è regolabile, e il volume è davvero insopportabile.
Nel complesso però il tour si rivela molto ben gestito, e la voce della guida riesce più di una volta anche a conciliarmi un riposino nel tragitto tra le varie tappe. Il pezzo forte della giornata sono i/le Cliffs of Moher, dei precipizi di 700 piedi a strapiombo sul mare. Qui il paesaggio è davvero incantevole, rovinato soltanto dai lavori di valorizzazione turistica che sono in pieno svolgimento. Il vento è qualcosa di incredibile spazza via tutto ed è davvero pericoloso se non si sta attenti nello sporgersi dal precipizio per vedere il mare sottostante. Come la guida ha ripetuto circa settemila volte, qualcuno ci è caduto, da quei Cliffs. O nel migliore dei modi, ha perso lo zaino che aveva poggiato per terra. Mi dico che se mi dovesse cadere dentro il mio, di zaino, con tutta l’attrezzatura fotografica, mi tufferei di sotto a riprenderlo!
Dopo il pasto in un tipico pub irlandese con il servizio al tavolo più veloce dello Stato, non fai neanche in tempo a tornare dal bancone da cui avevi appena ordinato che già il camerieri ti portava il piatto, mi inizia a salire la febbre. Ormai il naso era completamente inceppato, parlare mi riusciva difficile, e in più iniziavo a sentire quei brividi tipici che preannunciano una bella febbrona.
Dopo aver preso una delle pastiglie acquistate il giorno prima a Galway, mi fiondo sul pullman e mi adagio per riposare un po’. Purtroppo mi perdo le ultime due tappe della gita, ma di certo la pausa mi è servita per riprendermi un po’ ed evitare cose peggiori. All’attivo la guida lucertola ci lascia direttamente alla stazione dei pullman, dove ci mettiamo in coda per un altro viaggio di ben quattro ore per tornare a Dublino. Mamma mia, saliti sull’autobus il tempo sembrava non passare mai. Io ormai, in preda a chissà quale delirio, sognavo solo il letto di casa. Ma c’è sempre la onnipresente Sfiga che ci accompagna che decide di far passare il pullman proprio nel centro di un paese dove si è appena conclusa una fiera equina di chissà quali dimensioni. Le nostre, di dimensioni, sono un’ora abbondante di ritardo all’arrivo a Dublino. Senza contare anche la sosta in autostrada a causa dell’avaria di chissà quale strumentazione elettronica del pullman.
All’arrivo a Dublino, ore 11,20 pm, mancano solo dieci minuti all’ultima corsa della Luas che mi può portare a casa. Non so quale santo mi spingesse da dietro mentre correvo verso St. Stephen’s Green. Comunque non l’ho persa, almeno. Si vede che la sfiga era già andata a dormire, beata lei.
Appena arrivato a casa sento Maureen che si sveglia. Mi viene incontro e mi chiede se voglio mangiare. Declino cortesemente l’invito e mi inglobo nel letto.
Questa mattina sto decisamente meglio. Starmene a casa un giorno era quello che ci voleva. Oggi si può comodamente uscire!
L’altra sera, dopo esserci dati una sciacquata in ostello, siamo usciti per mangiare. Ormai non ci pensavamo neanche più, ma i nostri stomaci erano abituati all’orario irlandese, quindi girovagare un’ora per trovare un ristorante libero alle otto e mezza è stata un’impresa dura. L’unico ristorante, ma sarebbe più opportuno definirlo un’osteria, che ha accettato un tavolo da otto persone proponeva cucina tipica irlandese. Niente male affatto, visto che sono riuscito a mangiare un abbondante antipasto di salmone affumicato con contorno, un piatto di alette di pollo con insalata e patate al forno, due bicchieri di vino e un caffè con una ventina di euri scarsa. Dopo cena le facce erano tutte lunghe quindi piuttosto che stancarsi in un club ballando fino alle 3 o più, abbiamo deciso di chiuderci in un pub per ingurgitare qualche Guinness. Il richiamo della vira notturna però non ci ha lasciato indifferenti, visto che non ci siamo addormentati prima dell’una e mezza.
Ta-ta-ra-ta, alle otto spaccate la sveglia di Maria spara una samba in tutta la stanza. Certo, nessuna musica poteva essere più indicata. La situazione mi ricorda molto le vacanza dal prete a Champoluc, la camerata che si sveglia cullata dalla musica, la stanza pervasa dall’odore del sonno, e ognuno che vedendo sa faccia stravolta del suo vicino di letto gli accenna un saluto e si dirige mesto verso il bagno, ovviamente in comune. Durante la colazione nella hall dell’ostello, Paolo ci intrattiene con una descrizione dettagliata delle sua notte insonne, e suscita ilarità in tutto il gruppo. La giornata è iniziata bene. In effetti tutto sembra perfetto, se non fosse per questo raffreddore influenza non so cosa, che mi sta iniziando a tappare il naso. Qualche brivido mi ricorda anche che l’amica febbre è sempre in agguato. Ma non mollo, sono qui per visitare questi paesaggi incantevoli e certo non potrei starmene nel letto!
Durante la colazione si decide di optare, tra le varie proposte disponibili, per una gita ai Cliffs of Moher, con annesso giro nei dintorno. Appena mettiamo il naso fuori dalla porta dell’ostello un signore sulla settantina ci si avvicina con fare losco. Muove continuamente la lingua rinsecchita dal tropo parlare e la tira fuori per tentare di bagnarsi le labbra, senza mai riuscirci. Con la schiena curva si avvicina a Maria e le dice che se prendessimo il suo tour guidato, ci potrebbe fare un prezzo di favore. Noi ovviamente si accetta.
Saliti sul pullmann scopriamo qual è in lato negativo della faccenda. La guida è un incontrollabile vecchietto logorroico, che ripete le frasi alla nausea, intercalando le sue interessante spiegazioni con qualche pessima battuta da humor irlandese e con qualche canzone tipica, ovviamente interpretata da lui stesso. Ciliegina sulla torta, l’altoparlante posto sopra ogni sedile non è regolabile, e il volume è davvero insopportabile.
Nel complesso però il tour si rivela molto ben gestito, e la voce della guida riesce più di una volta anche a conciliarmi un riposino nel tragitto tra le varie tappe. Il pezzo forte della giornata sono i/le Cliffs of Moher, dei precipizi di 700 piedi a strapiombo sul mare. Qui il paesaggio è davvero incantevole, rovinato soltanto dai lavori di valorizzazione turistica che sono in pieno svolgimento. Il vento è qualcosa di incredibile spazza via tutto ed è davvero pericoloso se non si sta attenti nello sporgersi dal precipizio per vedere il mare sottostante. Come la guida ha ripetuto circa settemila volte, qualcuno ci è caduto, da quei Cliffs. O nel migliore dei modi, ha perso lo zaino che aveva poggiato per terra. Mi dico che se mi dovesse cadere dentro il mio, di zaino, con tutta l’attrezzatura fotografica, mi tufferei di sotto a riprenderlo!
Dopo il pasto in un tipico pub irlandese con il servizio al tavolo più veloce dello Stato, non fai neanche in tempo a tornare dal bancone da cui avevi appena ordinato che già il camerieri ti portava il piatto, mi inizia a salire la febbre. Ormai il naso era completamente inceppato, parlare mi riusciva difficile, e in più iniziavo a sentire quei brividi tipici che preannunciano una bella febbrona.
Dopo aver preso una delle pastiglie acquistate il giorno prima a Galway, mi fiondo sul pullman e mi adagio per riposare un po’. Purtroppo mi perdo le ultime due tappe della gita, ma di certo la pausa mi è servita per riprendermi un po’ ed evitare cose peggiori. All’attivo la guida lucertola ci lascia direttamente alla stazione dei pullman, dove ci mettiamo in coda per un altro viaggio di ben quattro ore per tornare a Dublino. Mamma mia, saliti sull’autobus il tempo sembrava non passare mai. Io ormai, in preda a chissà quale delirio, sognavo solo il letto di casa. Ma c’è sempre la onnipresente Sfiga che ci accompagna che decide di far passare il pullman proprio nel centro di un paese dove si è appena conclusa una fiera equina di chissà quali dimensioni. Le nostre, di dimensioni, sono un’ora abbondante di ritardo all’arrivo a Dublino. Senza contare anche la sosta in autostrada a causa dell’avaria di chissà quale strumentazione elettronica del pullman.
All’arrivo a Dublino, ore 11,20 pm, mancano solo dieci minuti all’ultima corsa della Luas che mi può portare a casa. Non so quale santo mi spingesse da dietro mentre correvo verso St. Stephen’s Green. Comunque non l’ho persa, almeno. Si vede che la sfiga era già andata a dormire, beata lei.
Appena arrivato a casa sento Maureen che si sveglia. Mi viene incontro e mi chiede se voglio mangiare. Declino cortesemente l’invito e mi inglobo nel letto.
Questa mattina sto decisamente meglio. Starmene a casa un giorno era quello che ci voleva. Oggi si può comodamente uscire!

13 Comments:
Paolo, per favore, vabbè che i posti sono incantevoli, ma sta attento alla febbre, non sei a casa e il dottor Moncalieri non è sul comodo....
Le foto sono bellissime come pure la padella stracolma di spaghetti...
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