Friday, September 30, 2005

Non mollare mai!

La serata di ieri è stata una delle più interessanti e divertenti tra quelle passate finora. Prima dell’appuntamente ho provato ad utilizzare i servizi di un internet point in grafton st., che mi hanno colpito da matti per la loro concorrenza e avanguardia nelle attrezzature. Molto comodo davvero, diventerà sicuramente un luogo che frequenterò spesso.
Dopo aver incontrato gli altri ragazzi italiani che erano andati a fare spesa, ci siamo incamminati verso casa di Lina, vicino alla cattedrale di St. Patrick. Là ci siamo ritrovati in dieci, compresi anche il coinquilino sudafricano di Lina e la sua amica Santos, di Malaga. La romanità di Pietro ha svettato sopra ogni cosa, regalandoci una carbonara che entra di diritto negli annali delle paste cucinate in terra straniera. Senza contare che gli utensili erano quello che erano e che ha cucinato un chilo e mezzo di pasta, con una padellata abbondante di condimento. Dopo averlo sommerso di complimenti, la serata è passata molto veloce, fin troppo. L’ottima musica ha riempito la casa, peraltro molto ben arredata per essere una casa di giovani ragazzi stranieri, e i fiumi di birra dozzinale acquista al supermercato hanno fatto il resto. Ottima, davvero.
L’unica machcia della giornata è stato il tempo, come sempre inclemente, che per la prima volta dall’inizio della vacanza mi ha colto un po’ impreparato e mi ha fatto andare a letto con principio di mal di gola. Che peraltor mi sono portato dietro tutto il giorno anche oggi. Uffa.
Questa mattina abbiamo avuto la nostra prima lezione con la nuova insegnante di conversazione. Era decisamente meglio Yanek, molto meno formale e più amichevole. Sono cose che vedi in un istante, già dalla distanza a cui mette la sedia dai nostri banchi durante la lezione. Comunque, nessun mostro.
Dopo le lezioni mi sono diretto subito a casa, innanzitutto per riposarmi un po’, visto che il mal di gola iniziava a tramutarsi in un principio di raffreddore. Forse sono un poco ipocondriaco, ma ho una forte coscienz dei cambiamente di stato della mia saluta, quindi ho preferito riposare un’oretta.
Subito dopo è giunto il momento della grande vendetta. Cosa c’è di meglio per riprendersi da un raffreddore che fare un mega partitone a calcio sotto la pioggia?! L’occassione era troppo ghiotta e ho deciso, seppur con qualche titubanza in principio, di prendere parte alla partita che dall’inizio della settimana, la rivincita della partita persa contro la Corea agli ultimi Mondiali di Calcio. Incredibile, gli abbiamo dato una mazzata colossale. 7 a 1, il risultato non rende merito ad una squadra, la nostra, che ha dominato per tutta la partita su tutto il terreno di gioco. Hanno fatto un tiro in porta, uno solo. Vabbè, in quella circostanza è andata dentro. Ma sono dettagli. La nostra squadra, per una cronica mancanza di uomini, si è dovuta affidare anche a due francesi, ad uno spagnolo e ad un brasiliano con la doppia nazionalità, anche italiana. Comuqneu si è sempre fatto tutto in casa europea. Gli avversari, dal canto loro, hanno attinto un po’ da tutto il continente asiatico. Se non fose stato per la pioggia che cadeva quasi orizzontale al terreno a causa del vento molto teso sarebbe stata davvero perfetta. Anche per la mia salute, pensavo. Invece no; appena arrivato a casa mi sono fatto una bella doccia bollente e mi sono subito sentito meglio. In effetti penso che reagire a questi piccoli stati di malessere sia molto meglio che imbottirsi di inutili medicinali.
Ora sono le otto e mezza e il consueto appuntamento alla battona mi chiama. Stasera sarò morigerato, lo prometto. Una birretta e poi a nanna. D’altronde domani si va a Galway e la gita sarà dura. Notte in ostello e doppia giornata in giro per paesaggi selvaggi. Mi aspetto molto da questi luoghi. La macchina fotografica è pronta, io anche.
Fino a lunedì o martedì ovviamente non aggionerò nessuna della mie due vetrine. Sempre che non trovi un internet point in mezo alle foreste e alle scogliere.

Thursday, September 29, 2005

Toh, piove! Ma noi si mangia...

In effetti mi ero illuso. Come potevo anche solo immaginare che l’Irlanda fosse così remissiva e permettesse di godersi le giornate passeggiando senza problemi? Ma l’illusione è durata poco, soltanto il tempo di ambientarsi ed ecco che una leggera ma continua e regolare pioggia quotidiana mi accompagna ormai dall’inizio della settimana. Dunque addio alle mie corsette pomeridiane. Beh, in effetti potrei anche andare a correre sotto la pioggia. Certo mi affascina, ma vorrei evitare di starmene in Irlanda con la febbre solo per uno sfizio ginnico. Meglio lasciare che le numerose pinte di Guinness, che ormai sono in coda nel mio stomaco, si sedimentino per bene. A proposito, giusto per la cronaca, sono ancora sopra la media di oltre due pinte a sera; contando che mi sono fatto anche tre serate a casa, direi che gli irlandesi possono essere fieri di un turista così rispettoso delle tradizioni locali.
Oggi la giornata è filata via molto veloce. Come sempre, d’altronde. Dopo le lezioni mattutine, in cui abbiamo anche fatto la foto di classe!, nel primo pomeriggio un’occhiata alla mail e un aggiornamento del blog, poi la prenotazione ondine dell’ostello che ci ospiterà a Galway questo weekend. Per fortuna abbiamo trovato una camerata giusto da otto, così la occupiamo tutta senza problemi, come quello di avere qualcun altro in stanza con noi. Totale 16 euri a testa, mica male.
Dopo ci siamo mossi verso il centro per chiedere informazioni sempre su Galway e acquistare i biglietti per il bus; in questo caso ce la siamo cavata con 17€ a cranio per il biglietto di andata e ritorno. L’unica cosa che mi preoccupa è che non è possibile prenotare i posti, e quindi dovremo presentarci un bel po’ prima alla stazione degli autobus per evitare la ressa o peggio ancora di rimanere a terra. Ad ogni modo ne parte uno ogni ora, quindi dovremmo essere abbastanza tranquilli. Le ultime parole famose…
La pioggia ora ha smesso, ma confido in un suo ritorno appena metterò la testa fuori di casa. Tra poco uscirò, nuovamente diretto verso il centro. Stasera Lina, una simpatica amica spagnola di Matteo di Terni, ha organizzato una maxi spaghettata a casa sua. Fichissimo. Si prospetta una cenetta all’italiana, con contributi da tutte le parti della penisola. Marco da Biella porterà la Bialetti col caffè Lavazza, Matteo da Terni ci delizierà con un Grana Padano DOC, qualche anima pia comprerà la pasta Barilla da Tesco, io impreziosirò il tutto con un buon vino italiano e Pietro da Roma metterà a nostra disposizione la sua cultura romana e romanesca per comporre un simposio di pasta alla carbonara come Dio comanda. Si vedrà. Intanto buon appetito.

Wednesday, September 28, 2005

Amici e nemici

Questa mattina la sveglia ha suonato alle 7… Si non ho sbagliato a scrivere. Alle 7 perché volevo andare leggermente prima a scuola per leggere qualche mail e aggiornare il photoalbum. E così ho fatto, stranamente. Dico così perché in Italia non riesco mai a portare a termine qualcosa che mi sono prefisso di fare al mattino presto, perché sposto sistematicamente la sveglia in avanti. Ma qui, me ne rendo conto, non posso perdere tempo. E forse se ne rende conto anche quella larva che si impossessa di me al mattino presto.
Ad ogni modo, la giornata è stata segnata da un tempo veramente inclemente. Forti raffiche di vento gelido e brevi ma intense piogge hanno fatto da padroni per tutto il pomeriggio. Sta arrivando l’autunno, dice Maureen, e il vento cambia direzione e intensità. E’ vento del nord, freddo e teso. Beh, mi sa che è ora di riporre il giubbotto leggero e tirare fuori dall’armadio qualcosa di più pesante.
Oggi niente giro in centro, perché volevo andare azzardatamene a correre. Appena ho visto uno spiraglio di sole mi sono diretto di corsa verso casa, ma non c’è stato nulla fare. Appena ho messo il muso in casa la pioggia ha nuovamente ripreso a cadere. Mi sono riposato. Poi alle 5,50, un record!, ho cenato. Un po’ mi vergogno… Mamma mia, neanche alle case riposo.
Ora ascolto De André in attesa di uscire per il classico appuntamento alla battona (vedi sopra) alle 8 e mezza abbondanti, quasi le nove. Che bello, sono proprio felice. Voglio godermi queste giornate, sono proprio fortunato ad avere le possibilità di poter vivere quest’esperienza. E tutti quelli che sono stati artefici con me di questa scelta, li ringrazio anche loro. Non c’è bisogno di nominare, loro lo sanno.
Quando sono a casa da solo la sera mi viene un po’ di malinconia. Ma basta coi sentimentalismi! Non vi ho ancora parlato di Claudia! Lei è una ragazza, forse farei meglio a dire una donna, tedesca, un’insegnante di inglese che vive qui con me da domenica. I rapporti in effetti non sono così frequenti, ma è decisamente simpatica e molto cortese e socievole. La sua mole non la fa passare inosservata, e il suo biglietto da visita l’ha presentato a tutti gli abitanti della casa ieri mattina, rompendo la doccia. Non si sa come, ma la doccia non ha più voluto saperne di spegnersi. Bene, io stavo per iniziare la settimana dopo due gite massacranti e avevo bisogno di farmi una doccia. I problema era che lei aveva appena finito di farla, si era preparata e rideva coi padroni di casa sull’accaduto, io invece dovevo mettermi sotto l’acqua ghiacciata. Eh, si non poteva fermarsi mentre faceva la doccia, così l’acqua sarebbe stata tiepida. No, si è bloccata quando lei aveva appena finito e stava pulendo la vasca. Eh si c’era proprio da ridere. Non vado nei particolari sulla mia doccia. Sì, alla fine l’ho fatta. Ho chiuso la valvola che faceva arrivare l’acqua al bocchettone della doccia e mi sono messo nella vasca per farmi un bagno veloce. Veloce perché non avevo il tempo di riempire la vasca, ma potevo solo mettermi sotto l’acqua corrente. In più era molto scomodo perché dovevo anche lavarmi i capelli. Ma vista la situazione, si poteva fare. Tutto qui, penserete. No, non è finita. Perché gli irlandesi non amano - e questa è una delle tante amare constatazioni che sto facendo, forse la trentesima - l’acqua tiepida. Già, loro hanno due rubinetti, con due manopole separate. Così devi scegliere, o acqua fredda o calda. E se hai il tempo di farti il bagno va bene, e va anche bene se ti devi lavare la faccia o i denti; riempi la vasca o e misceli l’acqua lì dentro. Ma se sei in ritardo per andare a scuola e non puoi perdere venti minuti per riempirla e devi anche lavarti i capelli, il tutto sotto l’acqua corrente, devi scegliere. Secondo voi quale ho scelto, calda o fredda?
Ma il titolo di questo post era "amici e nemici", cavolo! Per chi fosse stato attento, non è stato sicuramente difficile capire quali sono gli amici, Claudia e i ragazzi dell’Emerald che ho conosciuto. Ma i nemici? Beh, semplice, me ne ero dimenticato. Se volete proprio saperlo, leggete ancora qualche riga.
Mentre oggi stavo aspettando per connettermi col portatile alla presa LAN della sala pc, ho chiesto ad una ragazza giapponese o di non so quale paese orientale se mi poteva prestare uno degli adattatori di corrente che aveva vicino al suo computer e che erano inutilizzati. Essendo di proprietà della scuola, ovviamente ha subito acconsentito. In effetti non mi era subito sembrata molto intelligente o particolarmente sveglia. Ma forse è quella espressione svampita che è vita natural durante dipinta sui visi di alcuni orientali. Sapete, hanno le sopracciglia alte e gli occhi chiusi che in Europa hanno solitamente le persone ubriache o che non capiscono nulla. Sta di fatto che dopo una mezz’ora si presenta da me con un cavo in mano, agitandolo e facendo segni incomprensibili. Ora, eravamo in quattro italiani e c’era tutta un’aula intera che è riuscita a capire cosa voleva questa cavolo di ragazza. Sembrava marziana. Cavolo, sei in una scuola avanzata di inglese, non per mentecatti. Ma lei imperterrita agitava questo cavo e indicava col dito la mia prolunga per la corrente che stavo usando per alimentare il pc. E’ andata avanti una ventina di minuti. Veniva da me, agitava questo coso e faceva due segni, senza parlare se non per emettere un mugolio che non aveva nessun significato umano. Poi andava dall’altra parte dell’aula sparava una impressionante raffica di parole molto buffe - penso mi insultasse - ad un suo amico; si guardava intorno e di nuovo veniva da me. Agitava il cavo, mugolava e poi mi stava a guardare, immobile. E poi ancora, e ancora. E nessuno dei suoi amici che mi sia venuto a dire cosa diavolo voleva, non uno!
Vi chiederete com’è andata a finire e che cosa voleva questa cavolo di ragazza che mi ha fatto davvero andare fuori di testa. Alla seconda domanda non so rispondere, mi spiace. L’unica supposizione che assieme ai miei amici sono riuscito a fare è che mi stesse dicendo che assieme alla riduzione che le avevo chiesto, le avevo anche rubato il cavo per connettere il pc all’alimentatore. Ma le ho fatto vedere lo zaino, e sinceramente ho cercato di spiegarle che di un cavo che non è compatibile col mio pc non me ne potevo fare nulla. Al massimo potevo strozzarla.
Mah, senza senso. Lei indicava. E mugolava. Niente altro.

Ritornando sui miei passi

Gli appunti, come avrete notato, sono sempre più saltuari. Questo, è facile immaginarlo, è dato dal fatto che mi sono ormai praticamente immerso nella vita dublinese, e non ho neppure il tempo per prendermi un’oretta per scrivere. Arrivando a casa, la sera, non voglio svegliare Paddy e Maureen, oppure sono troppo stanco e mi infilo di corsa sotto le coperte. Una sera mi sono persino di dimenticato di togliermi le lenti a contatto. Non commento.
Un po’ di notizie, innanzitutto. Dopo la gita alla Contea di Wicklow, domenica abbiamo preso un treno che ci ha portati nella città medievale di Kilkenny. Devo essere sincero, conoscevo solo questo paesino per l’omonima marca di birra, e ignoravo quanti secoli di storia e quante leggende pagane legate alle streghe e alle maledizioni avesse alle spalle.
Scesi alla stazione abbiamo iniziato a girare fidandoci solo della guida che mi sono portato dall’Italia, e abbiamo avuto modo di vedere buona parte delle attrattive del posto, tralasciando però il pezzo forte, il castello per il pomeriggio. Per la mezza ci siamo diretti in una specie di gastronomia che, come potete vedere dalle foto, aveva tantissimi vassoi e vaschette con diversi ingredienti, da cui possibile scegliere per comporsi il proprio panino ideale. Dispiaciuto per non aver potuto godere di questa abbondanza, visto che Maureen mi aveva scrupolosamente preparato un pranzetto al sacco, ci siamo diretti all’ufficio turistico poco più in là, in attesa di affrontare un tour guidato che ha fatto luce sugli aspetti meno accessibili della città. Il povero omino deve aver avuto i suoi problemi, non per l’età quanto mai avanzata, ma perché lo stato dei suoi denti era in evidente decomposizione e gli incisivi a braccetto con i canini proprio non ne volevano sapere di starsene fermi attaccati alle gengive.
Anyway, dopo la visita guidata abbiamo visitato un paio di chiese, davvero suggestive, e infine abbiamo affrontato il mostro di fine livello, il famoso Castello di Kilkenny. Appena siamo entrati dall’ingresso principale, siamo stati colti dall’imbarazzo. Un prato che non avevo mai visto in vita mia, con tipici colori irlandesi incredibilmente saturi, curato in modo maniacale. E davvero immenso. Gli scatti che ho fatto, se guardati attentamente, possono dare un’idea della sconfinatezza di un parco che sarà stato lungo più o meno un paio di chilometri, ad occhio. Come poteva e doveva essere, ho impugnato la mia fida macchina fotografica e ho iniziato a scattare come un forsennato, alla ricerca di un’angolazione che rendesse giustizia a questo paesaggio indescrivibile. E’ stato anche molto singolare vedere l’eterogeneità delle persone che frequentavano il parco, dalla vecchina con la sua sedie a rotelle che se ne stava all’ombra di un albero, al gruppo di giovani ragazzi intenti a fare jogging, passando per la giovane mamma che giocava col suo bambino fino ad arrivare agli adolescenti in teneri atteggiamenti. Vuoi per destino, vuoi perché forse lassù c’è qualcuno che capisce cosa vuol dire per un italiano avere un campo così esteso sotto i piedi, ad un certo punto è magicamente comparso un pallone da calcio alle nostre spalle. Sangue italiano, appunto. Ci siamo messi a giocare in tre, Paolo, Marco ed io, passandoci la palla e correndo come i bambini che ricevono il pallone come regalo per il loro decimo compleanno.
Quando ci siamo decisi ad entrare nel castello per visitarlo, ricordandoci che eravamo andati lì proprio per quello, abbiamo realizzato che le visite erano terminato già da una buona mezz’ora. Così ce ne siamo andati, diretti verso la stazione per prendere il treno che dopo quasi due ore ci avrebbe lasciato ala stazione di Dublino.
Ieri è stata invece una giornata davvero tranquilla. Forse per una indiscutibile necessità di riposarmi ho deciso di stare a scuola nel primo pomeriggio, per poi spostarmi in centro insieme agli altri per il consueto giro pomeridiano. Siamo anche andati a chiedere informazioni all’ufficio turistico per la sistemazione della gita che questo weekend vorremmo fare a Galway, il luogo che a detta di tutti merita di più di essere visitato. Purtroppo però dista quattro ore da Dublino, e sarebbe un suicidio provare a fare una gita in giornata fin laggiù, quindi la decisione che abbiamo preso è quella di prendere una camerata da sei persone in un ostello e accamparci per una notte così come viene.
Ieri sera sono poi rimasto a casa a riposarmi, a fare i compiti da bravo scolaretto, e a leggere un buon libro in lingua. Alle undici, carico di tutta la stanchezza causata dalle levatacce del weekend, sono crollato.

Saturday, September 24, 2005

Saturday in Wicklow

Dunque ho visto l’Irlanda. Non quella della Dublino urbanizzata con il traffico, e neppure quella degli aeroporti e delle code coi taxi. La tigre ha mostrato la sua natura più intima. D’altronde bastava guardarla nel cuore, là dove non tutti posano lo sguardo.
L’immaginario collettivo è fondato su una visione dell’Isola di Smeraldo come un luogo dove la vita delle persone è rallentata rispetto a quella continentale e persino a quelle Britannica, un angolo di paradiso incontaminato dove le verdi distese dei prati rigogliosi lasciano talvolta spazio a qualche dissestata mulattiera. Ed è così che la sognavo anche io.
Ma l’arrivo a Dublino, se da una parte mi aveva lasciato attonito per le sue innumerevoli peculiarità, era anche stato il momento in cui avevo seriamente messo in discussione i miei stereotipi. La prima settimana passata qui ha confermato quello che sospettavo: l’economia del profitto capitalistico, come spesso avevo letto di sfuggita su qualche giornale, avevo preso il sopravvento sulla cultura prettamente agricola del paese. Questo è accaduto grazie allo straordinario Piano di Sviluppo Nazionale che alla fine degli anni ’70 è stato redatto e messo rigorosamente in pratica dal governo irlandese. Accanto allo straordinario boom economico che ha investito Dublino in particola e l’Irlanda in generale ha lasciato spazio al cosiddetto rovescio della medaglia, ovvero un allontanamento dalle precedenti abitudini e dagli stili di vita antecedenti l’avvento del consumismo spinto.
Dunque è finito il mito dell’Irlanda terra di bellezze rurali e paesaggistiche? No, affatto.
E’ bastata la prima gita al di fuori delle mura dell’affascinante Dublino per poter rimanere senza fiato dal finestrino di un piccolo pulmino. Figuratevi quando sono sceso per la prima volta.
La gita di questa mattina ci ha portato nella caratteristica Contea di Wicklow, situata a pochi chilometri a sud di Dublino. Dopo una breve visita alla suggestiva baia della capitale, ci siamo inerpicati lungo una strada di collina per una abbondante ora, fino a giungere a Glendalough, un paese colmo di storia pagana intrecciata col cristianesimo. Non sono una guida, quindi non sto a spiegarvi nulla né della geografia del posto né della sua storia.
Quello che mi ha più impressionato sono state invece le sconfinate foreste e gli alberi secolari che ho potuto vedere così da vicini da sentire il profumo della Storia, del Medioevo e delle lotte che hanno riempito quei luoghi per centinaia di anni. Laggiù la clessidra del tempo sembra veramente essersi fermata non dopo il 1500 o giù di lì. Non un granello di sabbia è più sceso a segnare lo scorrere del tempo. I miei occhi non volevano credere a una favola così vera e surreale allo stesso tempo. La macchina fotografica scattava a più non posso nel vano tentavo di rubare qualche goccia di quella atmosfera incantata. Laghi, cascate, prati così verdi che nessuna pellicola è in grado di catturare, tronchi d’albero spezzati dal peso degli anni. Tutto è rimasto lì, così come la Natura ha scelto di modificarlo. Nessuno ha mai osato toccare tutto quello che si estende al di là del piccolo sentiero che ci mostrava piano piano le meraviglie che si celavano dietro ogni curva. Il mio photoalbum di questa giornata sarà sicuramente molto più ricco di scatti rispetto agli altri giorni, ne sono sicuro.
Dopo varie soste per pranzo e coffee break il bianco pulmino si è ancora messo in strada per mostrarci alcune delle più suggestive vedute della Contea. La guida, forse l’unica persona in grado di descrivere quei luoghi incantevoli, ci ha diligentemente e dettagliatamente mostrato le sconfinate distese in cui sono stati girati numerosi film storici. Primo fra tutti Braveheart, che per chi non crede nella lotta per la libertà e nell’ideale dell’indipendenza, avrà di certo lasciato a bocca aperta per i paesaggi, dove realmente sembrava di essere negli anni in cui i clan si davano battaglia sulle famose highlands. Nessun effetto speciale, nessuna computer grafica. Solo un’unica mano divina.
Anche in questo caso un piccolo assaggio può stuzzicare l’appetito sul mio photoalbum. Non è nulla, ve lo garantisco. Una giornata da mettere nella scatola dei ricordi più belli.

Friday, September 23, 2005

Time runs

Sono già passati tre giorni dalla mio ultimo passaggio da queste parti; in effetti non pensavo che il tempo potesse essere così relativo. Mi spiego meglio. Avete mai notato quanta differenza passa tra un’ora passata con una bella donna e la stessa identica ora seduti su una lastra di ghiaccio? Bene, Dublino sembra essere la più prosperosa e ammaliatrice delle femmine, capace di farti cadere nell’oblio dimenticando ogni appuntamento. Mi fermo a guardare ogni prato, ogni bimbo che gioca da solo per strada con un pallone, invidio gli innamorati che, sdraiati l’uno sull’altro si appisolano su di un prato. I prati, appunto. E’ probabilmente questo prodigio della natura che più mi ha colpito in questa città. Diamine, sono incredibilmente verdi. Certo è merito della pioggia che frequentemente – forse anche troppo – cade su queste terre a rendere l’erba così carica di colore, ma ne ho visti di prati tigliosi e mai nessuno mi ha catturato in questo modo.
Sarà anche forse per questo motivo che sono così spronato ad andare quasi ogni giorno a correre per queste strade. Gli Irlandesi, si sa, sono molto fieri delle loro particolarità, in modo da distinguersi dai loro tanto cugini britanni. E’ un rapporto che giocoforza conduce alla stravaganza, alla ricerca sconsiderata di ogni aspetto che possa distinguere un popolo dall’altro. Beh, penso che Irlandesi, ormai abituati a questa eterna condizione di “ricercatori di unicità”, si siano accorti di quanto è verde la loro erba e se ne stiano approfittando. Si, dovreste guardare attorno alle case, nel centro cittadino, accanto alle cabine telefoniche o attorno ai binari del tram. Ovunque, in ogni metro quadrato in cui un occhio umano possa scorgere un minimo spazio vitale, loro riescono a piazzare la loro perfetta aiuola irlandese, con quei ciuffi che sembra così riempita di verde da sembrare sul punto di scoppiare. E sai che casino se dovesse succedere?
Beh, dopo questa delirante digressione botanica sulla gloria e l’istinto irlandese, eccoci alla mia semplice vita da studente. L’inglese continua a migliorare ogni giorno che passa. Me ne accorgo dalle parole che ogni giorno riesco ad aggiungere al flusso che al mattino sento alla radio. Non so se già avevo descritto nei giorni scorsi qual è il ruolo della radio nella mia casa, ma posso riassumerlo indicando solamente che viene accesa alle 7 del mattino e spenta alle 11 della sera. E’ un’amica, che parla sempre e non ti sta mai a sentire. Molto diversa da quella italiana, ha un netta preponderanza della parlato sulla musica, con regolari appuntamenti orari dedicati all’informazione. Bene, il primo giorno che arrivai in questa casa le mie orecchie non riuscivano a distinguere nemmeno una delle parole che uscivano dall’unica cassa monofonica. Invece questa mattina mi sono accorto che inizia a spuntare dal nulla qualche frase che tutt’ad un tratto guadagna una dignità sua e si stacca da quel confuso flusso di suoni e musiche. Bene, mi dico, e vado avanti.
Ieri sera è stata una goduria tremenda andare da wizzy nel suo residence. La cena è stata ottima, ma soprattutto è stata una perfetta cena italiana. Fusilli Barilla all’amatriciana e bistecca di maiale con l’insalata, impreziosita da un triplo caffè finale fatto con la moka! Ovviamente Lavazza. Qualità Oro. Sia chiaro, non mi lamento affatto della cucina di Maureen, anzi riesce a coccolarmi con i suoi manicaretti irlandesi che ancora non mi sono mai risultati indigesti. Ma la pasta è la pasta, non c’è niente da fare. Loro hanno l’erba che non sa più dove iniettarsi delle fiale di colore verde, noi abbiamo la Barillla e la Lavazza. E, come si dice in questi casi, scusate se è poco.
Alla cena all’italiana è stato poi aggiunto il tocco finale, ma visto che non c’era né la torta né tanto meno la ciliegina che gli si aggiunge proverbialmente sopra, vi chiederete cosa possa aver concluso la serata in modo così unico. Ci mettereste troppo quindi ve lo dico… Una super puntata di Porta a Porta! Eh si, mi deve mancare proprio tanto l’Italia direte voi, se godo nel vedere quel viscido di Vespa. Ma il dibattito era interessante, con Bertinotti ospite che illustrava il suo programma per le primarie, farcito di interventi dei rappresentanti della Confcommercio, di Confindustria, dei sindacati, ecc… E dell’immancabile Silvio, ovvio. Visto che ormai ha deciso che le sue dichiarazioni ufficiali non le fa più in sala stampa a Palazzo Chigi, ma nel salotto di Vespa. Anche per telefono, se necessario.
Ma è meglio non parlare di politica, visto che Tremonti è… Vabbè, lasciamo stare. Sono ormai già le otto e mi tocca andare a prepararmi per uscire. Mi è anche venuto in mente che devo tagliare la Poderosa, quindi devo sbrigarmi o arriverò in ritardo “dalla battona”. No, stasera non dobbiamo andare da qualche prostituta. La battona è semplicemente il nome che un ragazzo di Roma del nostro gruppo ha dato alla statua di Molly Malone che si trova alla fine di Grafton Streeet. Statua che dalla prima sera è diventata il punto di incontro della compagnia dell’Emerald arrivata sabato scorso, e che ormai può annoverare tra le sue fila giovani proveniente dalle più differenti nazioni, dalla Spagna alla Polonia, dal Brasile alla Corea.
Poi se non sapete chi è Molly Malone sono affari vostri. Io, come vi ho appena detto, sono in ritardo. Andate su Google e scrivete il suo nome. Anche se il nomignolo che le è stato affibbiato dal buon Pietro di Roma dovrebbe darvi qualche inizio…

Tuesday, September 20, 2005

Casa dolce casa

Questa mattina ho iniziato già a riprendere le sane e vecchie abitudini. Ieri sera ho piazzato la sveglia alle 7,30 con l’intenzione di andare a scuola una mezz’ora prima delle lezioni, così da potermi connettere a internet e aggiornare il blog. Niente da fare, mi sono girato dall’altra parte e ho continuato a dormire imperterrito fino alle 8. Poi ovviamente, ho dovuto fare tutto di corsa. Almeno, mi sono detto, provo a vedere qual è il l’orario massimo a cui posso fare riferimento prima di arrivare in ritardo. Sono sicuro che in un mese avrò molte opportunità di mettere alla prova le mia abilità.
Le lezioni sono scivolate via senza troppe difficoltà, e ho avuto modo di guastarmi anche il piccolo snack e il pranzo che Maureen mi ha amorevolmente preparato questa mattina.
Alle due abbondanti siamo partiti alla volta del Guiness Storehouse, che più che una fabbrica come vorrebbero far credere è un museo dedicato alla storia della Giunness e ai metodi di lavorazioni impiegati per ottenere questa particolare birra. Ad ogni modo è stata un gita molto piacevole e interessante. Ma la cosa di cui più mi compiaccio è di aver stretto amicizia con la maggior parte dei miei compagni; al secondo giorno iniziano già a scorgersi i primi sintomi della formazione spontanea di un gruppo molto eterogeneo, sia per nazionalità che per cultura e stile di vita.

Monday, September 19, 2005

Take your time!

Una nuova infelice e amara constatazione: gli irlandesi amano sbrigare le faccende mattutine con molta calma. Dopo essermi coricato ben oltre l’una, e avendo speranzosamente puntato la sveglia alle 7.50, Maureen inizia a martellare sulla porta alle 7.15, e senza pietà infierisce sul candido legno finché con la mia voce baritonale non le confermo che sono vivo.
Azzo, la scuola inizia alle 9! Che cavolo faccio in quasi due ore!?!
In effetti prendendomela con calma, il tempo che mi avanza è giusto quello utile per arrivare una decina di minuti in anticipo. Conosco altri ragazzi italiani, e subito dopo tutti coloro che come me sono arrivati sabato e iniziano il corso questa settimana. Da lontano scorgo un tipo tutto imbellettato, con la giacca di velluto ricoperta di stemmi accademici e un foulard blu attorno al collo. Seguendo il famoso detto dell’abito e del monaco, il biondino mi sta già un po’ sulle palle. Poi lo sento parlare e scopro che è francese. Ancora una volta mi rendo conto che ho molto fiuto per le persone… Il suo inglese è perfetto, fluido e corretto; la malcelata antipatia lascia spazio all’ancestrale odio gallico. I francesi sono un popolo che proprio non sopporto. Lettori esclusi, ovviamente.
Un simpatica ragazza di nome Clare passa più di un’ora a spiegarci come si svolgeranno i corsi e le attività pomeridiano, riscotendo parecchio successo per la cortesia e la disponibilità che manifesta.
Concluso il test introduttivo, con mio sommo piacere vengo inserito nel livello più avanzato. Mi dirigo verso la mia classe, la 10, e conosco i miei nuovi compagni: tre ragazze e un ragazzo giapponesi. Mi dico che non ho speranza. Vengo affossato dall’ingresso - in ritardo! - del francesino che pronuncia il suo nome come se ci volesse sfottere a tutti: Guillome. Sorvoliamo.
Il professore è un ragazzo molto giovane e cordiale, a prima vista sui trentacinque anni, che ci invita attraverso vari interventi, a conversare fra di noi su argomenti da lui suggeriti.
Finita la lezione mi dirigo verso il giardino esterno, fuori dal building della mensa. Ha iniziato a piovere e tira un vento gelido che mi passa da sotto il giubbotto. Compro un buon panino e una bottiglietta d’acqua, ma non faccio in tempo a finirli che è già ora di incamminarsi per la prima gita pomeridiana. Nella hall della scuola prenoto un computer per il tardo pomeriggio e mi incammino con i miei compagni per un tour nel centro di Dublino.
La gita in sé non è nulla di particolare, un giro per i gradi nomi di Dublino, ma è resa unica dalla figura singola della guida che ci accompagna, una signora tipicamente irlandese alta un metro e mezzo scarso, che se ne frega di tutto e di tutti e spiega le sue storie con un vigore e una convinzione senza pari.
La tappa principale è il Trinity College, che però visitiamo solo superficialmente in attesa di una gita specifica che si terrà questo mercoledì.
Finita la gita mi sgancio dal gruppo, che decide di andarsi a fare una birretta a Temple Bar, e mi sposto verso il negozio della O2, per comprare una sim irlandese da usare per le chiamate locali. 10€ di scheda, con un traffico già incluso di 10€. Molto buono, direi.
L’ultima tappa è di nuovo l’Emerald Cultural Institute, dove con mia somma gioia riesco a contattare via messenger la mamma e Ugo. Alle sei abbondanti vengo via: è tempo di andare a casa to have dinner.
Yu-Hi domani parte e stasera parteciperà ad un party di addio, in cui avrà modo di suonare il suo flauto e di dirigere l’orchestra della sua scuola. Maureen, seppur apparentemente controvoglia, la accompagna insieme a suo figlio, che nel frattempo è arrivato qui a casa e a momenti mi stritola una mano salutandomi.
Io decido di non uscire per le sei ore scarse di sonno iniziano a pesarmi. Guardo Friends in americano e, wow!, inizio a capire qualche frase! Forse è ancora troppo presto. Dopo un paio di foto alla casa, salgo in camera mia e scrivo.
Tutto qua, ho finito. Buona notte.

To go for a run

I went for a run, come mi ha insegnato Maureen. La mezz’ora di allenamento è stata davvero rinfrancante; correre con questi prati così rigogliosi e con la pace che regna in tutto il quartiere mi ha fatto venir voglia di starmene in giro un’ora. Peccato che i miei poveri polmoni allo scadere della santa mezz’ora hanno deciso di chiedere pietà. Ovviamente, come temevo, in preda alla trance agonistica ho perso l’orientamento e ci ho messo un buon quarto d'ora per ritrovare la strada per casa.
La doccia mi ha fatto riprendere sufficientemente, tanto da farmi venire uno sbrano cosmico. Ed ecco che mi viene incontro la seconda sorpresa: gli irlandesi non sono soliti fare il pranzo come tutte le persone civili. "Ok", mi dico, "fai finta di niente e cerca di intuire cosa cavolo pensano di mangiare questi qua"! Per osservare meglio mi posiziono strategicamente nel salottino, unendo l'utile ad dilettevole e guardando un po' della partita. Paddy mi passa vicino e mi annuncia che all'una e venti c'è la replica della corsa di MotoGP su BBC2. Bene, così possiamo ederci questa strepitosa vittoria Ducati.
I miei timori vengono smorzati dalla accortezza materna di Maureen, che dopo avermi visto per la decima volta sporgermi in cucina alla ricerca di qualcosa da mangiare, mi propone un buon sandwich, offerta che io accetto in un batter d'occhio. E' così gentile da farmene due, uno con il prosciutto e l'altro con il formaggio. Entra,be ovviamente farciti con tanto tanto burro come piace a grandi e piccini, qui.
Mi viene permesso di sedermi su quello che dal primo momento in cui sono entrato in casa ho individuato come il trono della famiglia: un'antica sedia a dondolo posizionata in modo strategico per la visone della tv. Goduria pazzesca: panino, sprite, sedia a dondolo e MotoGP. Sono in paradiso.
Vince Capirossi, Biaggi secondo e terzo l'ottimo Tamada, vincitore della passata edizione del gran premio di Motegi.
Ok, è tempo di sentire wizzy. Ci incontriamo al solito angolo, tra Grafton Street e St. Stephen Green, e ci muoviamo per una gita a caccia di monumenti. Le tappe principali sono St. Patrick's Cathedral e la zona di Temple Bar. Proprio nel locale che dà il nome alla zona ci fermiamo per fare due chiacchere e riposare le stanche membra, in attesa della cena, in compagnia di due Guinness, che in men che non si dica diventano quattro... La compagnia di Fabio è molto gradevole, e l'ora e mezza passata nel pub trascorre in un batter d'occhio, interrotta solo dalle soste al bagno. Temple Bar è un pub molto caratteristico, in cui ovunque aleggia un odore acre di birra e la gente ha sempre il bicchiere in mano. La musica è forse la componente più folkloristica, visto che ci sono sempre band che suonano dal vivo le melodie tipiche del paese.
Usciti da Temple Bar sono già le otto e ci muoviamo per trovare un posto in cui mangiare, visto che la cena viene servita soltanto fino ad ore in cui da noi non iniziano nemmeno i primi telegiornali.
Ci fermiamo nella Chatham Braserie, dove scelgo delle alette di pollo piccanti decisamente deliziose e un trancio di salmone ala piastra con una salsa bianca ignota, adagiata su una purè fatta con chissà cosa. So solo che era verde, e già dice molto.
Dopo a cena giriamo un pochino, ma senza troppa fortuna. All'opposto di ieri sera, Dublino sembra deserta, e non riusciamo a capire il motivo di questa desolazione. Entriamo nell'unico locale che ci sembra popolato, e ci godiamo un piacevole concerto di alcune band emergenti irlandesi che suonano del pop che sa di Coldplay e di Keane, per intenderci. Ovviamente in compagnia di una pinta di scura.
La serata è finita presto questa volta, a mezzanotte sono a casa. Sveglio Paddy che già dormiva e mi riprometto di rammentargli di darmi le chiavi.
Buona notte.

P.S.= Ah, dimenticavo: oggi è stata la prima uscita ufficiale della D70 in Irlanda, quindi appena riesco posto qualche foto di assaggio. L'unico neo è che finchè non tornerò in Italia le foto non saranno assolutamente ritoccate. Chiederei troppo al mio fido portatile. Beh, ci sarà da chiudere un occhio e accontentarsi

Sunday, September 18, 2005

Il primo risveglio

La giornata è iniziata con un’infelice constatazione: gli irlandesi non amano le persiane alle finestre. Né tanto meno le tapparelle, e chissà quale altra invenzione gli uomini abbiano perfezionato per proteggersi dal sole del mattino.
Avevo puntato la sveglia alle dieci, dopo essere tornato da una uscitina in avanscoperta con wizzy, per evitare di dormire fino ad un’ora improponibile. Si, magari. Alle 9 già mi giro e mi rigiro nel letto. Niente da fare, mi tocca alzarmi.
Dopo la doverosa tappa in bagno, torno in camera e un messaggio della quanto mai provvidenziale mamma mi annuncia con squillo di trombe che Capirossi ha vinto la tappa giapponese del motomondiale MotoGP. Lo sapevo, la prima volta che mi salto una gara, Capi va a vincere su una pista in cui, tra le altre cose, la Honda doveva essere strafavorita. Mi riprometto di chiedere a Paddy se è possibile vedere la gara in replica, utilizzando il suo totem della felicità.
Mentre scendo le scale per andare a fare colazione incrocio Yu-Hi (non ho ancora capito come si pronuncia, quindi figuriamoci scriverlo correttamente!) e la saluto; lei si lascia andare in un benaugurate sorriso a 32 denti e si catapulta in bagno. Forse doveva cagare e il sorriso era per ringraziarmi di averle lasciato libero il bagno. Non appena entro in cucina Maureen mi saluta, mi fa un paio di domande su come ho passato la mia prima serata dublinese e mi chiede che cosa voglio per colazione. E qui compio il mio più grave errore: dopo aver scelto per il caffè (vabbè, prendiamolo così com’è) invece del thé, rifiuto le uova. Non avrei mai dovuto farlo, infatti appena le dico di no giro la testa e scorgo sul ripiano del fornello un piatto traboccante di wurstel e pancetta fritti! Noooooo. Beh, per rimediare le dico che domani farò colazione all’irlandese. Imburro una fetta di pane egregiamente tostato e ci passo sopra un etto marmellata.
Appena vedo Paddy gli spiego a mio modo che in giornata dovrebbe esserci la replica della gara di MotoGP, e lui mi tira fuori una sfilza di eventi che deve assolutamente vedere nell’arco della mattina e del pomeriggio, tra cui la finale del torneo di golf e la partita del Manchester United. Intanto mi ricorda che per un’oretta e mezza la tele è impegnata da Yu-Hi, che vuol vedere un film in inglese. Ok, niente MotoGP.
Ora eccomi in camera, ho finito di raccontare la mia prima mattina e mi accingo ad uscire per la prima corsetta in terra d’Irlanda. Speriamo di riuscire a continuare questa sana abitudine!

Monday, September 12, 2005

Still life

Stavo aggiornando il photalbum, che piano piano inzia a prendere forma. Ache se la disposizione delle foto e l'aggiornamento non mi convincono. Ho provato a settare l'applicazione in modo che si vedano prima le foto più recenti, utilizzando il semplice espediente di ordinare le foto in ordine alfabetico inverso, ma non sono molto soddisfatto. Non è modificabile quanto lo vorrei io... Uffi, che incontentabile bambino che sono. Beh, nel frattempo ho aggiunto le foto di quel giorno in cui sono andato con Sandy in cerca di more. Ma poi nisba, non erano ancora mature. Ci è passato di mente, non siamo più tornati...
Poi ho anche messo il mio primo still life. Una natura morta. Ma still life mi piace di più, fa sicuramente più fico ma poi designa anche qualcosa di vivo che per quel momento decide di rimanere fermo. E' una composizione che ho fatto con i funghi che mi ha regalato il papà di Sandy, assieme ad alcune foglie di castagno. Certo, fa abbastanza pena. Ma bisogna contare che i materiali sono solo un faretto alogeno dell'ikea e un cartoncino nero appiccicato con lo scotch alla custodia rigida della chitarra. Tutto detto.
Eccolo qui:



Ora mi viene in mente che non ho più scritto di come è andata la presentazione della mia idea di tesi alla docente. Ovviamente è stata cassata in pieno. Troppo ampia e senza contorni, in effetti mi ha fatto capire che per svolgere un tema del genere e approfondirlo come si deve ci vorrebbere un paio d'anni a qualche migliaio di pagine... Vabbè, lasciamo stare. Però non mi ha mandato a spigolare, ma mi ha proposto qualche argomento alternativo, tra cui hanno attirato la mia attenzione l'omicidio di Ghandi del '48 e il caso di Sacco e Vanzetti dell'epoca fascista, di cui sta per uscire un film a breve. Inoltre mi ha anche proposta di trovare io altri argomenti, pur tenendo sempre presente che è praticamente obbligatorio partire da un evento storico ben definito e delimitato, per poi approfondire l'analisi sotto il profilo della trattazione giornalistica e dei risvolti sociali che hanno concorso a creare la Storia. Come progetto mi piace, ma non riesco a trovare argomenti alternativi a quelli da lei presentati. Beh, mi è venuto in mente anche l'omicidio di Lennon, ma mi sembra un argomento fritto e rifritto.
Ho anche chiesto consiglio al papà di Sandy; potrebbe essere interessante lavorare su commissione de La Stampa. Non è vietato sognare, giusto?

E' la prima volta che lo scrivo, forse, ma un consiglio da qualche curioso che si è sorbito la mia tiritera sarebbe quanto mai gradito!

Sir 27,30-28,7

Ecco, sono quelle cose che proprio non ti aspetti. Capitano così, un attimo e via. Magari ci hai pensato per mesi, o forse per anni. Poi smetti di arrovellarti e d’un tratto ricompare tutto davanti ai tuoi occhi increduli.
Il posto è così in contrapposizione col soggetto in questione da far sembrare la scena quasi una sorta di fiction preparata in uno studio cinematografico. Di solito sono queste le scene finali, i momenti rivelatori, quando i cattivi si convertono al Bene.
Domenica mattina, la messa.
Sono le 11, lo sguardo è assonnato e qualcuno dei cinque sensi è rimasto nel letto. Arrivo in chiesa e vengo sommerso dalle consuete mansioni pre-celebrazione: scegliicanti-daileletture-leggiilpassodell’anticotestamento-faisederedavantiquellichecantano. Fatti i primi due impegni, mi appresto a leggere un passo del Siràcide che condanna coloro che non perdonano i debitori e che, in sostanza, non hanno pietà e compassione per il prossimo… Questi passi così profetici mi fanno venire in mente non so perché i gironi infernali, colmi di uomini malvagi che patiscono orribili pene e coprono tutto con le loro urla strazianti. Mi prometto come sempre di cercare di dare la maggiore enfasi nella lettura del brano. E’ un compito importante, dopotutto.
Mentre me ne sto per tornare a posto ho un lampo, un’immagine di uomo mi passa davanti agli occhi e subito dopo scompare dietro alle teste delle altre persone che si accingono a sedersi tra l’assemblea. La barba e il volto segnato da chissà quali storie non tradiscono una delle facce che più mi hanno impressionato nell’adolescenza. L.P. L’aguzzino, l’esattore delle tasse, il pubblicano. Non so quanti nomi abbia ricevuto da giovane quel ragazzo.
Per lui specialmente ho sempre avuto un certo terrore, ma col passare degli anni i sentimenti sono cambiati e la sottomissione incondizionata ha lasciato il posto al tentativo di capire il perché un ragazzo potesse diventare così cattivo e vendicativo, come potesse guardare in faccia gli altri con gli occhi così pieni di rancore.
Sia chiaro, non sono scuse, ma non deve essere stato affatto facile cresce quelle case popolari, con una famiglia così apparentemente legata alla malavita. Hai il destino segnato. E infatti non si è mai sottratto ai suoi “doveri” di ragazzo malfamato. Dalla tenera età di dieci anni o poco più inizia ad estorcere ai poveri coetanei la classica “milletta”, qualche anno più tardi, un giro in motorino, per poi passare agli stupefacenti e alle banconote quelle grosse. Ma hai il destino segnato. E col passare degli anni arrivano anche i coltelli. E finisci in galera.
A quel punto non avevo più paura di lui. Lo affrontavo, per quanto mi fosse possibile, pur consapevole che quel ragazzo non era cattivo dentro. Non poteva esserlo. Negli anni seguenti mi ritrovo a studiare i condizionamenti della psicologia dei gruppi, e spesso ripenso a lui e al mondo malato che lo circondava. Come poteva uscire da quell'afa opprimente nella quale era immerso ogni secondo della sua vita? Non c’era obiettivamente modo.
Sono passati gli anni e leggende metropolitane sui suoi confronti sono state così fantasiose che neanche Bin Laden. A quanto se ne sapeva era morto, aveva l'AIDS, era emigrato al Sud, e tanto altro.
Invece ricompare nella chiesa che da ragazzo disdegnava. Seduto dietro a tutti, nell'ultima fila. Non avrà neanche trent’anni, ma quello che ha vissuto lo si intravede dallo sguardo e dalla pelle dura, segnata da quei tatuaggi fai-da-te che sono soliti farsi i carcerati.
Viene il momento della Comunione, e incuriosito rivolgo lo sguardo verso di lui. Si alza e si avvicina mesto alla coda in attesa dell’ostia. Lui, abituato a passare davanti a tutti con prepotenza, in fila con la testa china e lo sguardo basso. Quello di prendere tra le mani l'ostia è un gesto che mai avrei associato a lui, così prepotente da non dover aspettare il dono di qualcuno dalle sue mani. Ogni cosa che voleva se la prendeva senza chiedere il permesso. Ora non più.
Alla fine della celebrazione mi giro verso il suo posto, ma non lo scorgo. Penso che se ne sia andato. Invece mi passa di fianco e si dirige verso la croce. La accarezza e si porta la mano alla bocca, per darle un bacio. Poi se ne va, con la testa china e con chissà quali pensieri in testa. Mentre la comunità è fuori a parlare o si accomiata in attesa di andare a pranzo, con lui non c'è nessuno. Scende lungo il vialetto e se ne va senza salutare nessuno.
Avrei voluto salutarlo, davvero. Ma ero impietrito e riuscivo solo ad osservare. Certe volte mi chiedo come sia possibile che tutto accada al momento giusto. Mentre leggevo il Siràcide pensavo a lui. Leggevo per lui. Gli chiedevo di perdonare, di non odiare più il mondo per quello che gli aveva fatto, ma anche di chiedere il perdono dell’unica persona che avesse il potere di farlo.

Thursday, September 08, 2005

Madagascar

Bellissima serata, davvero tranquilla ma non per questo meno divertente. Con Sandy siamo andati a vedere Madagascar, il nuovo film d'animazione della Dreamworks. Già da trailers, visti qualche mese fa, il fim mi aveva affascianato, vuoi per le splendide animazioni vuoi per la storia e i personaggi.

In sostanza, i quattro protagonisti - un leone, una zebra, un ippopotamo e una giraffa - abituati a vivere come pascià allo Zoo di Central Park a NY, per una serie di circostanze quanto mai imprevedibili ma riconducibili alla ricerca della Natura si ritrovano naufraghi su una imprecisata spiaggia del Madagascar. Piano piano scopriranno di essere Animali, votati alla vita selvaggia, ma pur sempre inseparabili amici. Che nessun indole animalesca sarà mai in grado di mettere in discussione.
L'unica pecca della pellicola, a mio avviso, è proprio la ricerca fin troppo esagerata di regalare ai bimbi in sala l'ormai celebre happy-ending hollywoodiano. Diamine, capisco che i bambini non abbiano tutta questa autonomia, ma penso che siano in grado di reggere per più della durata del film, ovvero un'ora e un quarto. Forse una ventina di minuti in più avrebbero evitato quell'effetto deus ex machina, cioè l'istantaneo rovesciamento dei ruoli e il rinsavimento dell'amico temporaneamente votato al male. Mi ricordo, senza andare troppo in là con gli anni, della madre di Bambi che moriva appena la pellicola iniziava a girare sul proiettore, oppure della povera Biancaneve che rischiava di rimanerci secca per una cavolo di mela. Per non parlare della mamma di Dumbo che muore... Mi viene da piangere ancora adesso.
Invece mi ritrovo seduto davanti ad un cartone che sì sorprende per i disegni e per le gag esilaranti e ridicole, rese ancora di più incisive dalla presenza degli animali, ma non ritrovo più il classico intreccio fiabesco, storicamente caratterizzato da un intrigo, uno svolgimento e un finale, pur felice che sia.
Insomma, sono sempre più convinto che anche e sopratutto dai cartoni animati ci sia da imparare qualcosa, sopratutto quando si è così piccoli da dover ancora capire l'importanza dei valori sani della vita. Forse ai bambini non serve così tanto vedere personaggi antropomorfi che da una scena all'altra si ricordano di non essere così bestie da sbranare il loro migliore amico, piuttosto dovrebbero capire a loro spese che per volare non serve la piuma magica, che non esistono panacee che aiutino a dividere il bene dal male. E' solo rischiando che lo si può imparare, ma questi bambini avranno il tempo per farlo?

Wednesday, September 07, 2005

Le puttane musicali

Tiratata-tiratata-tiratata-ta -
“Pronto?”
“Pronto? Ciao Paolo, sono Matteo. Della Bit Records”.
“Ah, si. Ciao Matteo. Mauro…”
“Mauro ti dovrebbe aver parlato di me. Ti chiamo quel pezzo dance che dovresti registrare cantare…”
Ecco, lo sapevo. Un pezzo dance. Come dubitarne? Certo da Mauro non potevo aspettarmi un brano alla Whitesnake. Ma non si era evoluto per entrare nei mercati stranieri e far mambassa degli eurini di giovani ragazzini europei?! Ecco che invece mi si presenta un bel pezzo dance su cui appiccicare la mia dolce vocina. Posso brillantemente concludere che la sua avventura nel mondo della musica pop non accompagnata da un martellante suono di cassa sui quarti non ha avuto gli esiti auspicati.
Fatto sta che da quel che mi è parso al primo contatto con questo fantomatico Matteo che parla di semitoni e di ottave come parlo io di reattori nucleari e sinapsi molecolari la situazione rischia di scapparmi di mano. O forse sono solo il solito bimbo catastrofico che pensa di non poter uscire dalle situazioni imbarazzanti. D’altronde, posso sempre declinare l’offerta: “No, grazie, è un progetto troppo tabbozzo per le mie corde. Preferisco starmene a cantare per i cavoli miei nella mia camera da letto”.
Fatto sta che la presentazione del pezzo come “qualcosa di diverso dalla solita robaccia dance che si sente ogni giorno” mi incuriosisce. Potrei essere il precursore, l’audace paladino di un nuovo genere musicale, tipo Hendrix o i Beatles! hehehe… si, con Mauro Vay che mi prenota gli Abbey Road Studios per un mese.
Ok, aspettiamo di sentire la canzone. Ma soprattutto il testo, visto che persino Matteo ha detto che ci rimarrò un po’… così. Boh, per me l’importante è che non sia per più di due, al massimo tre volte la parola amore e non si nomini Superman. Perché Superman? Beh, diciamo che abbiamo un conto in sospeso.

Serata acquosa

Calda calda un'anteprima delle foto scattate questa sera a casa di mio fratello. Un bel discus, che mi piace paricolarmente per via delle due cicatrici che ha sul lato destro del corpo, che lo rendono molto uomo - ops! pesce - di mondo.
Eccola qui, senza ritocchi di nessun genere, solo un lieve noise reduction e un leggero crop

Mi sa che le cicatrici erano, come ben si vede, sul lato sinistro... Beh, non fa niente, magari le ha ache sul destro. Ora non ho voglia di andare a vedere, sono decisamente stanchino...
Yaaaaaawn! Buona notte...

Tuesday, September 06, 2005

Check-In

sssssa! sssssa! prova. uno. due.
Ecco, dovremmo esserci. I post di prova li ho eliminati, i link sono tutti funzionanti, il template è come lo immaginavo.

Bene, allora si parte. Come sempre è il primo gradino quello che spaventa di più, quindi dal canto mio cerco subito di superarlo per evitare ogni impaccio e così un pessimo inizio.
Nessuna dichiarazione di intenti per questo blog, sono solo le elugubrazioni e le seghe mentali di un logorroico 25enne. Con qualche passione per - in ordine sparso: canto, fotografia, giornalismo, moto, ... e vabbè, adesso mi piace tutto.
Comunque, se mi conoscete già allora probabilmente non sapevate cosa fare, siete capitati sul mio blog e ci date occhiata. Ben venga, accomodatevi pure. E se volete parliamo un po'. Se invece non mi conoscete, il caso vi ha voluto portare qui e spero di potervi intrattenere nel migliore dei modi, sia incuriosendovi con i miei particolari momenti di riflessione, con una fotografia o un pensiero.

Ogni commento sarà un buon modo per dirmi che su ciò che penso di tutto quello che mi accade attorno c'è sempre da parlare. A me piace un sacco parlare...